#30 Grado – Partenza

Di Grado ho già detto tanto. Che mi ha emozionato tanto l’impatto con la laguna, di Gianni Maran: artista che è una delle persone più generose e estrose al tempo stesso ch’io abbia mai conosciuto, di un’isola che è anche terra di confine verso i balcani, e che come tante altre fatica a mantenere viva un’identità di fronte al turismo e alla modernità.

Adesso si riparte. Per l’ultima volta. Altra laguna, quella veneta, all’orizzonte. Per un momento, credo, mi sembrerà Itaca o, molto più poeticamente alla greca, Ithakí.

 


Pubblicato il: 22.Ago.2018   Lascia un commento

#25 Lampedusa – Partenza

Lampedusa e Linosa, geograficamente, sono certamente le più estreme fra le piccole isole italiane. Lampedusa è la più lontana da tutto, la più arida – mi ha sempre fatto pensare a un pezzo di deserto piatto staccatosi dall’Africa – e, negli ultimi venti anni almeno, la più tartassata fraintesa usata.
Che Lampedusa fosse tutto questo lo sapevo. Ma che avrei trovato le persone giuste per raccontarmelo era meno scontato. Anzi, ammetto che sentivo tanta pressione addosso perché temevo di non riuscire a stanarle in così poco tempo.

E invece. Ho guardato dentro occhi agguerriti e profondissimi e ho conosciuto persone con una forza eroica e un grandissimo talento.

Simone è un lampedusano che da tanti anni ormai è proprietario (ora coproprietario) del Pelagos Diving Center Lampedusa. Un uomo con lunghi capelli al vento che vive per il mare, tanto con le bombole quanto in barca a vela (mi ricorda qualcuno…). Abbiamo parlato di come sia cambiata Lampedusa sott’acqua, di come si sia svuotata quella che era considerata La Mecca della pesca nel Mediterraneo. Da bambino ero venuto qui due volte, più di vent’anni fa, con mio padre e mio zio, a pescare, Lampedusa era Il Mito. E invece anche qui, pur rimanendo un mare splendido, lo svuotamento è palese. L’inquinamento ma soprattutto una pesca incondizionata, senza pensare al futuro, ingorda, dei lampedusani quanto dei pescatori giapponesi, spagnoli, siciliani, tunisini, che razzolano via tutto sono certamente le cause principali. Simone, grazie per la schiettezza, la disponibilità, i racconti a telecamere spente, grazie…

Giacomo, invece, è indefinibile. Grande barba nera e capelli ricci, con la sua poliedrica associazione Askavusa Lampedusa aiuta i lavoratori a difendere i propri diritti così come fa rivivere la tradizione siciliana dell’Opera dei Pupi e del Cuntu (lo vedrò in scena a Linosa sabato!). Dipinge, suona, crea strumenti musicali, e ha interamente decorato la sede dell’associazione con pezzi delle barche dei migranti e con oggetti trovati dentro raccolti illegalmente (“e fiero di averlo fatto illegalmente in una società in cui la legalità è ormai spessissimo criminale”) dalla discarica dove lo stato distrugge queste barche. Entrando nel tuo posto, Giacomo, l’impatto è bestiale. Si tocca con mano Lampedusa…

Poi la vulcanica Jazira Caterina. Una meravigliosa pazza! Anche nel suo caso, entrando nella sala della sua associazione IL Giglio Marino si è investiti da un’ondata di umanità che inebria e stona. Caterina lavora come psicologa al Centro d’Accoglienza di Lampedusa, quotidianamente cerca di aiutare chi sbarca, grandi e piccini. E queste persone le regalano disegni, quando non partecipano a delle creazioni comuni che le aiutano a rielaborare e trasformare il dolore per poter sopravvivere. Grazie a Caterina i bambini lampedusani hanno imparato a conoscere e riconoscere i migranti como loro simili, diritti violati per gli uni e per gli altri, fratelli. Lampedusa è terra di eroi e, fra qualche anno, le sue nuove generazioni avranno un grande passo avanti rispetto ai coetanei italiani.

E infine Filippo, un coetano mio che si schiera in politica con idee realmente nuove, giovani, senza compromessi, e ci crede, ci crede veramente. Fra le mille concretissime iniziative, lui e i suoi amici hanno creato la Porta d’Europa, monumento ai morti del Canale di Sicilia nel punto quasi più a Sud d’Italia, hanno dato vita a una seguitissima radio locale!, e vorrebbero finalmente che Lampedusa cambi, che la sanità funzioni, che si usino energie rinnovabili invece di una centrale elettrica a gasolio come quelle che ancora oggi, ahimè, alimentano la maggior parte delle isole. Non credevo che esistessero ancora dei politici sani. A Lampedusa ho cambiato idea.

Questo e molto altro in uno scoglio così piccolo, desertico ed estremo. Che Italia assurdamente ricca si cela dietro la facciata turistica, da cartolina, dei posti più sperduti…

Si riparte per Linosa, una manciata di miglia e un’isola, ancora, diversissima.

 


Pubblicato il: 18.Lug.2018   Lascia un commento

La delusione (e la rabbia) per Pianosa

Dopo la Capraia, dove sono bloccato da un bel Ponente, nel mio itinerario c’era Pianosa. Isola critica, che da decenni è abitata solo dai detenuti del penitenziario di Porto Azzurro (Isola d’Elba) più qualche guardia, e da Giulia Manca che gestisce l’unico alberghetto, i cui dipendenti sono appunto i detenuti.
Pianosa si trova in un momento storico fondamentale: la transizione fra il carcere e una possibile apertura al turismo, che avrebbe musica per le sue orecchie fra mare splendido tutelato da una riserva marina, resti romani importantissimi (delle grandissime catacombe in particolare) e una terra affascinante.
Un’isola da raccontare forse più delle altre, perché il futuro si gioca in questo momento, mentre per tutte le altre le partite importanti si giocarono ormai qualche decennio fa con l’inizio del turismo di massa negli anni ’60.

Ora, a Pianosa è vietato l’approdo dal Parco Nazionale Arcipelago Toscano, per via della riserva e per via, immagino, della presenza dei detenuti. Ci si arriva solo dall’Elba con una barca privata riconosciuta dal Parco. Il permesso di ormeggio però non di rado è rilasciato per ragioni scientfiche e/o sociologiche – almeno questo è quello che dice il Parco.
Avevo dunque ufficialmente chiesto tale permesso mesi fa al caro Parco, spiegando che la mia barca non inquina – barca a vela con motore elettrico – e che qualunque detenuto avesse avuto voglia di rubare Maribelle non sarebbe certo andato lontano. Le mie ragioni erano sociologiche, chiaramente, perché stavo raccontando tutte le isole minori italiane col mio viaggio in solitaria a vela e credevo fosse fondamentale raccontare Pianosa per i motivi sopra citati approdandovi personalmente.

Ma siccome in questo paese se non sei raccomandato e non lecchi il culo non sei nessuno, i miei amici del Parco mi hanno rifiutato il permesso sbarazzandosi di me con poche, ridicole parole. Grazie, Parco Nazionale Arcipelago Toscano, forse avete perso – o voluto perdere – un’opportunità per parlare della delicata transizione di Pianosa su cui tanti opulenti occhi sono puntati…

E quindi: mi tocca trovare un’altra trentatreesima isola!

 

Pubblicato il: 8.Giu.2018   Lascia un commento

Gente da Isola – Ustica – Margherita Longo

Ustica è la “mia” isola. Ci ho vissuto un anno e mezzo negli ultimi tre anni, e facendo un rapido calcolo ci ho passato almeno l’equivalente di un mese sott’acqua.

Non è un’isola facile e ad effetto, direi. Il suo affetto, in entrambi i sensi, va conquistato ed è riservato a chi porta pazienza.

Margherita, col compagno Vito, credo che di pazienza ne abbiano avuto parecchia. Queste le sue parole:

«Ho 39 anni, due figli, una laurea e un dottorato di ricerca in agraria. Dopo le esperienze di studio e lavoro in città sono tornata in campagna. Sui terreni coltivati dai nostri nonni, insieme al mio compagno, Vito Barbera, trapanese trapiantato a Ustica, abbiamo deciso di investire il nostro futuro. Otto anni fa dopo aver lasciato, lui, la carriera universitaria e io, il fatidico “posto fisso” al Ministero dell’Agricoltura, siamo tornati a vivere a Ustica con i nostri bambini e abbiamo preso in mano e rinnovato l’azienda agricola di famiglia. Date le mie radici per metà siciliane e per metà lombarde riesco a integrare organizzazione e passione nella gestione dell’azienda e della famiglia. Sono parte attiva nelle realtà associative dell’isola che raccolgono produttori agricoli e operatori turistici per promuovere agricoltura e turismo».

L’azienda agricola si chiama Hibiscus (https://www.agriturismohibiscus.com/) ed è una delle eccellenze usticesi. Produce, con metodi biologici, dei bianchi da paura e un passito di zibibbo incredibile. Oltre alle immancabili lenticchie – IL presidio Slow Food usticese – e, a Erice, olio extravergine d’oliva.

Margherita, Vito: sarete i primi che incontrerò nel mio viaggio, ma giocherò in casa 😉

 

Pubblicato il: 20.Mar.2018   Lascia un commento